Sedici secoli tra l'eruzione e il primo colpo di piccone. Non furono secoli di silenzio: furono secoli di scavo senza archeologia. E a quindici chilometri, sotto venti metri di correnti indurite, la stessa notte produceva una storia di scavo incompatibile con questa.
Si scavò, eccome. Si scavò dai giorni immediatamente successivi all'eruzione e si continuò per secoli. Quello che non esisteva non era lo scavo: era lo scavo per conoscere.
Seconda correzione: il cantiere di Domenico Fontana (1594–1600) non fu uno scavo, fu un'opera idraulica che tagliò la città sepolta senza riconoscerla. Il primo scavo intenzionale a Pompei è del 23 marzo 1748 — e anche quello non era archeologia: era caccia a pezzi da museo per la reggia di Portici.
La domanda che regge davanti a una commissione non è «perché nessuno scavò». È: perché, per sedici secoli, nessuno ebbe una ragione per voler sapere che cosa ci fosse là sotto? È una domanda di storia culturale, non di archeologia — ed è la ragione per cui il progetto può interessare tanto uno storico quanto un latinista.
Il dato materiale viene prima di tutto il resto, perché condiziona ogni comportamento successivo. Questa sezione è in scala: il deposito contro l'alzato di una casa a due piani.
Scala verticale reale, 1 m = 26 px. Le altezze della casa sono convenzionali; gli spessori del deposito vengono dal settore pubblicato.
Pompei non è mai stata invisibile: è diventata illeggibile. Con cinque metri, un piano terra alto quattro sparisce e il piano superiore no. È la ragione fisica per cui la città resta raggiungibile — dai recuperanti, dai saccheggiatori e, quattro secoli dopo, da chi ci torna ad abitare.
Lo spessore varia da un punto all'altro della città. La misura vale per il settore pubblicato, non per tutta Pompei. Lo spessore massimo del solo deposito di caduta è di 2,8–2,9 m.
Qui il professore di lettere classiche ti aspetta al varco, perché i due passi sono continuamente citati per dire più di quanto dicano.
Curatores restituendae Campaniae e consularium numero sorte duxit; bona oppressorum in Vesuvio, quorum heredes non exstabant, restitutioni afflictarum civitatum attribuit.
Estrasse a sorte, tra i consolari, dei curatori per il restauro della Campania; assegnò i beni di chi era perito sul Vesuvio senza lasciare eredi alla ricostruzione delle città colpite. Svet., Tit. 8.4
Cassio Dione conferma e integra: Tito manda «due ex consoli ai Campani per sovrintendere alla ricostruzione della regione», distribuisce denaro e assegna ai superstiti i beni di chi era morto senza eredi. Dione 66.24
Dione nomina Pompei ed Ercolano, ma nel racconto della distruzione: «seppellì due intere città, Ercolano e Pompei» (66.23.3). Nel racconto dei soccorsi (66.24) e in Svetonio (8.4) l'oggetto dell'intervento imperiale è la Campania come regione e le afflictae civitates in generale. Nessuna fonte antica documenta un tentativo di ricostruire Pompei. L'aiuto va ai vivi, non alle rovine.
Non citare Marziale e Stazio da raccolte online: la numerazione balla (ho trovato pagine che danno Marziale 4.44 come 4.4). Le edizioni di riferimento sono queste, e i dati bibliografici li ho verificati sulle pagine degli editori:
Ho messo su un asse unico tutte le evidenze datate e tutti gli eventi documentati che compaiono nelle fonti che ho verificato. Il risultato è il grafico qui sotto — ed è la cosa più utile da mostrare a una commissione, perché rende visibile un argomento invece di enunciarlo.
Asse lineare. Ogni punto è un dato che compare nelle fonti verificate; le barre sono intervalli di datazione.
| Anno | Tipo | Dato | Fonte |
|---|
La lacuna tra il V e il XV secolo non è una prova di abbandono. È l'effetto combinato di due cose: gli scavi che hanno rimosso le fasi post-79 per arrivare al livello del 79, e il fatto che nessuno abbia mai cercato quelle fasi. Il catino invetriato del XV secolo, trovato nel 2026, chiude la lacuna a un capo. L'altro capo è ancora aperto — e questo è spazio di ricerca, non un buco nell'argomento.
Non è colore. È la prova che qualcuno sapeva dov'era la città, sapeva che c'era roba e sapeva come arrivarci. Sedici secoli di «oblio» non reggono davanti a una stanza svuotata.
All'ingresso della Casa di N. Popidius Priscus (VII.2.20), sul lato sud del Vico del Panettiere, Fiorelli registrò un graffito inciso con un chiodo e lo interpretò come il segnale lasciato da chi aveva già svuotato l'edificio, collocando l'operazione «probabilmente all'epoca degli Antonini».
Il graffito era in greco. Domus pertusa non è il testo dell'iscrizione: è l'equivalente latino che Fiorelli ne diede. Le fonti che ho potuto raggiungere non riproducono il testo greco. Se scrivi «il graffito domus pertusa» a un epigrafista, la prima cosa che ti dirà è questa.
Del numero CIL IV non ho trovato traccia. L'Ancient Graffiti Project non registra graffiti per questa proprietà, ma il suo silenzio non prova nulla: il database copre di Pompei solo il Lupanare, il campus della palestra, la Regio I insula 8, la Regio V insula 1 e tutta la Regio VIII — la Regio VII non è coperta. Il posto dove cercare è il CIL IV a stampa e i suoi supplementi De Gruyter curati da Solin, Varone e Kruschwitz; il fascicolo 4.2 (2021) copre il commento a CIL IV 1205–7108, il 4.3 è del 2023 e il 4.4 non è ancora uscito.
È la parte più recente e la più interessante da presentare, perché non è una curiosità: è una revisione metodologica pubblicata dal Parco stesso. Lo scavo stratigrafico nell'Insula meridionalis documenta due fasi post-eruzione.
Dopo il 79, Pompei riemerge meno come città che come agglomerato precario e grigio, una specie di accampamento, una favela tra le rovine ancora riconoscibili.
Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei
Gli autori sostengono che le tracce post-79 siano state letteralmente rimosse dagli scavi precedenti, perché ogni campagna puntava a raggiungere il livello del 79 d.C. La documentazione che risponderebbe alla tua domanda l'ha distrutta la disciplina che avrebbe dovuto raccoglierla. Per una presentazione, questo è un tema più forte dell'eruzione stessa.
Sull'articolo del 2026 il nome Giuseppe Barbella non è una firma nel testo: compare nel campo meta-author della pagina web, cioè nei metadati del CMS del Parco. Lo stesso vale per «Antonio Benforte» sull'articolo del 2025, il cui PDF riporta invece i cinque autori che cito. Per il 2026 la stampa specializzata (Archaeoreporter, 21/08/2026) attribuisce il lavoro a Borsa, Motisi, Ortino, Salvatori, Zuchtriegel; Naòs e Artribune non danno alcun elenco di autori. Il PDF pesa oltre 30 MB e i miei strumenti non lo aprono.
Cosa fare: apri il PDF, guarda l'intestazione della prima pagina, cita quella. È l'unico passaggio che chiude la questione, e ti costa un minuto.
Lo stesso dossier, ma camminandoci dentro. Otto fasi dal 79 al cantiere di oggi: il deposito sale di cinque metri e i piani terra spariscono, i tetti vengono spogliati, sui piani superiori emergenti compaiono le strutture del IV–V secolo, la collina viene coltivata, il canale di Fontana taglia la città. Ogni cono verde è un punto in cui questo dossier ha un dato.
Apri l'esploratoreTra superstiti, autorità imperiali e saccheggiatori, ciò che era vendibile o riutilizzabile uscì dal sito nell'arco di pochi secoli. Chi arriva dopo non ha un incentivo economico a scavare.
La collina continuò a chiamarsi Civita; la Tabula Peutingeriana porta Pompeis tra Oplontis e Nuceria/Stabiae; e ora la ceramica del XV secolo prova la frequentazione. Quello che si smarrì non fu il posto, ma la corrispondenza tra quel posto e quel nome.
Fino all'antiquaria moderna le rovine sono cava di materiale o riserva di curiosità, non fonte di conoscenza. La stessa Britannica data «l'inizio della scienza archeologica moderna» ai lavori di metà Settecento su queste città: prima di allora il gesto non era disponibile.
Obiettivo dichiarato del cantiere borbonico: individuare ed estrarre opere d'arte e manufatti per decorare la reggia di Portici. Alcubierre credette inizialmente di essere a Stabiae. Parslow 1995
Nella versione precedente c'era una quinta causa: «il seppellimento fu rinforzato dalle eruzioni successive» — Pollena 472 e Vesuvio 1631. L'ho verificata e non regge.
De Simone, Perrotta & Scarpati 2011 studiano due soli siti, entrambi sul versante settentrionale (Pollena Trocchia e Somma Vesuviana): Pompei non è tra questi. L'Osservatorio Vesuviano dell'INGV colloca la dispersione del 472 nei settori nord-occidentale e sud-orientale, e quella del 1631 sui fianchi meridionali e occidentali con i flussi piroclastici fino al mare a Torre del Greco e Torre Annunziata; Rosi, Principe & Vecci 1993 confermano Torre Annunziata (7,5 km dal cratere) e Torre del Greco (8,5 km). Nessuna di queste fonti indica Pompei come area di deposito.
Quello che resta vero del 1631 è un'altra cosa, e va detta così: dopo quell'eruzione il cantiere del canale e l'interesse per l'area vengono abbandonati. È un fatto di storia dell'attenzione, non di stratigrafia.
Cercando di verificare la causa ritirata è saltata fuori una cosa più interessante della causa stessa. La domanda «che cosa sta sopra il livello del 79 dentro le mura di Pompei — tefra di eruzioni successive? colluvio? suolo agricolo? e di che spessore?» non ha una risposta pubblicata che io sia riuscito a trovare.
L'unica affermazione peer-reviewed che si avvicina è in uno studio di microzonazione sismica del Parco: per le aree non scavate gli autori scrivono «we assume that there are ca. 5 m of 79 AD pyroclastic deposits and more recent soils». È un'assunzione dichiarata, non un dato stratigrafico: i «suoli più recenti» non sono datati né attribuiti.
Amato, Covolan, Dessales, Santoriello 2022, Geosciences 12(7), 275 · DOI 10.3390/geosciences12070275
Una lacuna nominata con precisione vale più di dieci pagine di stato dell'arte. La formuli così: manca uno studio geoarcheologico della colonna stratigrafica sopra il livello del 79 nel perimetro urbano, e senza quello non si può dire se la città sia stata progressivamente coperta, erosa o stabile per sedici secoli. Si aggancia direttamente all'«inconscio archeologico» di Zuchtriegel e colleghi: quella colonna è esattamente ciò che gli scavi hanno asportato.
Prima di dichiararla in un proposal, però, fai una verifica bibliografica seria — banche dati, non motori di ricerca. Una ricerca web esaustiva non lo è.
Ercolano non è il caso di controllo di Pompei: è il caso che rende visibile che cosa, a Pompei, dipende dal deposito e non dagli uomini. Stessa notte, stesso vulcano, quindici chilometri di distanza — e due archeologie incompatibili.
A Pompei arriva prima la ricaduta pliniana: ore di pomici che cadono dal cielo, e che danno il tempo di uscire di casa. Le correnti piroclastiche vengono dopo. A Ercolano quella fase non c'è: l'asse di dispersione della colonna punta a sud-est, verso Pompei, e la città sul mare riceve correnti piroclastiche fin dall'inizio.
Il risultato è un deposito di natura diversa e di spessore incomparabile. Il Parco Archeologico di Ercolano scrive, testualmente, che gli scavatori borbonici dovettero superare «approximately 20 m of volcanic subsoil to reach the floor of the ancient city».
Pensa, Capra, Giordano, Corrado 2023, Scientific Reports 13, 5622 · DOI 10.1038/s41598-023-32623-3 · Parco Archeologico di Ercolano, La scoperta e gli scavi
Sullo spessore non c'è una cifra sola. Maiuri (1960) scrive «16 e più metri sul piano della città antica»; il Parco dice «circa 20 m»; D'Andrea e altri (2019), lavorando al GIS dell'Herculaneum Conservation Project, scrivono «often up to 30 metre below the modern town». Nel modello 3D è disegnato 20 m, il valore modale, e il conflitto è dichiarato lì come qui. Non lo risolvo: le tre cifre misurano cose leggermente diverse (deposito sopra il piano antico, deposito complessivo, profondità sotto la quota moderna) e nessuna fonte lo esplicita.
È il paradosso che vale la pena portare a voce, perché ribalta l'intuizione. Le correnti piroclastiche di Ercolano carbonizzano invece di bruciare: privano il legno dell'ossigeno e lo trasformano in carbone senza consumarlo. Da lì arrivano travi, tramezzi, porte, mobili, e la Casa a Graticcio — un edificio in opus craticium, telaio ligneo riempito di canne e malta, l'edilizia economica romana, che a Pompei semplicemente non sopravviverebbe.
Dalla stessa chimica vengono i rotoli di papiro carbonizzati della Villa dei Papiri: l'unica biblioteca dell'antichità classica arrivata a noi come corpo fisico, e non per copia manoscritta medievale.
Questa è la ragione per cui il confronto non è decorativo. Se Pompei è la città dove si vede la pianta e Ercolano quella dove si vede il materiale, allora la domanda del dossier — perché non si scavò per sapere — riceve a Ercolano una risposta diversa e più netta: a Ercolano non si scavò per sapere perché, letteralmente, non si poteva scavare a cielo aperto. Si scavò per cunicolo, come in miniera, e il cunicolo restituisce oggetti, non contesti.
Sotto le terrazze dell'Area Sacra e di Marco Nonio Balbo, al livello dell'antico litorale, si aprono dodici ambienti voltati — sei a ovest e sei a est della scalinata — interpretati come depositi per attrezzi da pesca e ricovero per piccole imbarcazioni.
Dagli anni Ottanta vi si trovano resti umani, in nove dei dodici vani: chi non riuscì a imbarcarsi. Con loro gioielli, ceste, borse con monete, chiavi di casa, amuleti, attrezzi da lavoro, un set chirurgico. Sulla spiaggia, una barca lignea e il pronao crollato del tempio di Venere.
Parco Archeologico di Ercolano, I fuggiaschi · Pappalardo 1994, Enciclopedia dell'Arte Antica · Guidobaldi & Esposito 2013, pp. 21–26 · Martyn, Craig, Ellingham, Islam, Fattore, Sperduti, Bondioli, Thompson 2020, Antiquity 94(373), 76–91 · DOI 10.15184/aqy.2019.215
Il Parco Archeologico indica circa 300 vittime nei fornici. Pappalardo, nel 1994, scriveva 230 in tutto, di cui una sessantina sulla spiaggia stessa. La voce inglese di Wikipedia riporta una progressione: 55 nei primi sei vani (1980–82), poi 296, poi «eventually 340 bodies». Parte della differenza è quasi certamente l'anno di pubblicazione e non un disaccordo di merito — ma nessuna fonte lo dice, quindi non lo presento come risolto. Se citi una cifra, cita anche la data della fonte.
Lo scavo di un pozzo intercetta strutture antiche: è il ritrovamento accidentale legato al nome del principe d'Elbeuf, che da lì avvia una raccolta di marmi. Da verificare: la pagina ufficiale del Parco che ho letto non riporta questo episodio né la sua data, e non ho controllato una fonte primaria.
«In 1738, at the behest of the King of Naples, Charles of Bourbon, the first systematic explorations of Herculaneum's subsoil began through a network of shafts and tunnels which made it possible to overcome the approximately 20 m of volcanic subsoil to reach the floor of the ancient city.» Il primo monumento raggiunto è il teatro. Lo scavo di Ercolano comincia dieci anni prima di quello di Pompei — e comincia sottoterra.
Karl Weber redige la pianta della Villa dei Papiri rilevata per cunicoli. È il documento che ancora oggi orienta le indagini in quel settore, perché la villa resta in gran parte sepolta.
«it was only in 1927 that the new excavations of Herculaneum began, under the direction of Amedeo Maiuri»: è l'inizio dello scavo a cielo aperto, quello che ha prodotto l'area che oggi si percorre. Da verificare l'anno di conclusione della campagna: le fonti che ho letto danno cifre diverse e non ho trovato quale sia corretta.
«In the 1980s, there was a new impetus for excavations at Herculaneum that unearthed the ancient shoreline, leading to the discovery of the skeletons of the escapees and a boat.» Fino ad allora si riteneva che gli abitanti fossero riusciti a fuggire quasi tutti: è una delle correzioni più nette prodotte da uno scavo nel Novecento.
Tutte le citazioni fra virgolette: Parco Archeologico di Ercolano, La scoperta e gli scavi (versione inglese, letta il 30/08/2026) · Weber 1754: Ministero della cultura, scheda Villa dei Papiri
Il Decumano Massimo è il confine: «funge oggi da demarcazione tra la zona scavata e quella ancora sepolta sotto corso Resina». Corso Resina è l'antica Strada Regia delle Calabrie, la via per Napoli. Sotto ci sono il resto della città, il teatro, la Villa dei Papiri.
Della città sono visibili «oltre quattro» ettari secondo il Parco: quattro insulae intere più le Insulae Orientalis I e II, e in parte la II e la VII. Dei cinque cardini se ne vedono tre — il terzo, il quarto e il quinto; dei tre decumani, due.
Estensione della città. Il Parco la calcola «ipoteticamente in circa venti ettari». Maiuri nel 1960 dava un rettangolo di 370 × 320 m, «una superficie, compresi gli edifici extramurali, di non oltre 11-12 ettari». Le due cifre non si conciliano; quella di Maiuri è internamente coerente (370 × 320 = ~11,8 ha) ed è l'unica misura metrica pubblicata che ho trovato.
Superficie scavata. «Oltre quattro ettari» per il Parco; «areas totalling some 60.000 square metres» — cioè sei ettari — nel lavoro GIS dell'Herculaneum Conservation Project. Nessuna delle due fonti spiega la differenza. È plausibile che la seconda includa settori non aperti al pubblico, ma è una mia congettura, non un dato.
La ragione per cui il resto non si scava non è archeologica. L'UNESCO la mette per iscritto: l'integrità del sito «would be improved by inclusion within the property… of the theatre and the largest part of the ancient town with its most significant public monuments still lying beneath the modern Ercolano».
Sopra c'è una città viva. Scavare Ercolano significa espropriare e demolire Ercolano — il comune che, con D.P.R. 12 febbraio 1969, n. 40, ha smesso di chiamarsi Resina per prendere il nome della città che ha sotto.
Parco Archeologico di Ercolano, Area archeologica · Maiuri 1960, Enciclopedia dell'Arte Antica, voce «Ercolano» · D'Andrea, Di Lillo, Laino, Pesaresi 2019, ISPRS Archives XLII-2/W15, 359–364 · UNESCO WHC, lista 829 · Normattiva, D.P.R. 12/02/1969 n. 40, in G.U. 15/03/1969
Pompei è diventata illeggibile. Ercolano è diventata irraggiungibile. A Pompei cinque metri di deposito lasciano fuori i piani superiori e i tetti: la città resta raggiungibile dai recuperanti, dai saccheggiatori e da chi ci torna ad abitare, ma smette di essere comprensibile come città. A Ercolano venti metri di correnti indurite chiudono tutto: nessuno ci torna ad abitare sopra le rovine, ci si costruisce sopra una città nuova senza sapere che cosa ci sia sotto. Due modi diversi di sparire, dalla stessa notte.
Vale la stessa regola del resto del dossier: quello che non ho controllato è scritto.
L'orientamento della griglia urbana. Il Parco e Maiuri danno i decumani paralleli alla costa con il mare a ovest e l'asse NO-SE; una pagina universitaria britannica dà la strada costiera in direzione NE-SO. Non l'ho risolto. Il modello 3D è perciò costruito nella convenzione di sito — Decumano Massimo a monte, mare a valle — e non nel nord vero. Chiuderebbe la lacuna una pianta georiferita con l'azimut dichiarato.
L'altezza del fronte di scavo in quanto tale, distinta dallo spessore del deposito. Non ho trovato nessuna cifra pubblicata. Servirebbe una sezione dell'Herculaneum Conservation Project o i rapporti geotecnici dei lavori di consolidamento della scarpata.
La distanza attuale del sito dal mare. Nessuna fonte, a nessun livello.
La consistenza del deposito. «Tufo duro» è la formula che circola dappertutto, ma la fonte peer-reviewed più vicina che ho letto (Camardo 2007) dice compact, non roccia. Se serve dirlo, dillo così: «descritto come compatto, la cui durezza rese lo scavo più oneroso che a Pompei», e marcalo da verificare.
Basilica, Augusteum, Basilica Noniana. La mappa ufficiale del Parco elenca «Basilica» e «Augusteum» come due voci distinte; altre fonti trattano i due nomi come sinonimi dello stesso edificio, e collocano su Cardo III una terza costruzione chiamata Basilica Noniana. Tre etichette, almeno due edifici, nessuna fonte che li riconcili. Nel modello ho messo solo la Basilica Noniana.
L'indirizzo della Casa a Graticcio: III.14 secondo herculaneum.uk, III.15 secondo il Madain Project.
Il conte Muzio Tuttavilla incarica Domenico Fontana di costruire il canale del Conte, per portare acqua ai mulini di Torre Annunziata. Il tracciato attraversa la collina di Civita.
Durante lo scavo del canale emergono monete e resti di edifici. Nessuno capisce che si tratta della città romana. Giunti 1983, pp. 126–127
Eruzione del Vesuvio. Il cantiere e l'interesse per l'area vengono abbandonati.
Iniziano gli scavi a Ercolano sotto Rocque Joaquín de Alcubierre, per volontà di Carlo di Borbone: cunicoli a oltre venti metri di profondità nel materiale vulcanico compattato.
Primo cantiere sistematico a Civita. Vengono individuati parte dell'Anfiteatro e la necropoli di Porta Ercolano. Il cantiere viene poi sospeso per scarsità di reperti di pregio.
Karl Jakob Weber introduce planimetrie e inventari settimanali dei ritrovamenti: la prima documentazione degna del nome. Parslow 1995
Il ritrovamento dell'iscrizione rei publicae Pompeianorum identifica finalmente il sito. Sono passati 1684 anni dall'eruzione e 15 dall'inizio dello scavo.
Giuseppe Fiorelli assume la direzione e introduce il metodo stratigrafico e la numerazione per regiones e insulae.
Regio V: la Casa con Giardino documenta i saccheggiatori antichi; l'iscrizione a carboncino riapre il dibattito sulla data dell'eruzione.
Cantiere di consolidamento nell'Insula Meridionalis. Da lì vengono le evidenze pubblicate nel 2025 e nel 2026.
Circola la spiegazione che nel Cinquecento non si scavò perché sarebbe stato «delitto contro la religione disseppellire una città distrutta» dall'ira divina. È una frase che fa un ottimo effetto in una presentazione.
La formula risale a Domenico Murano, ingegnere idraulico-militare dell'Ottocento, in un'opera sul Canal Sarno. Non è un documento cinquecentesco: è un topos storiografico ottocentesco. Se la porti a un professore di storia come spiegazione dei fatti del Cinquecento, ti chiederà la fonte primaria e non ce l'hai. Al massimo la puoi usare come oggetto di studio: come esempio di come l'Ottocento si raccontava il silenzio dei secoli precedenti.
| Chi | Domanda | Dove sei coperto |
|---|---|---|
| Storia | Che prove hai che il sito fosse «dimenticato»? | Nessuna — e la ceramica invetriata del XV secolo dice il contrario. Rovescia la premessa invece di difenderla. |
| Storia | Se le fonti sono mute, su che base ricostruisci? | Su cultura materiale e stratigrafia, non su testi. È una scelta metodologica: dichiarala. |
| Lettere classiche | Svetonio e Dione parlano di Pompei o della Campania? | Dione nomina Pompei nella distruzione (66.23.3); i soccorsi riguardano la regione. Distinzione da tenere. |
| Lettere classiche | Su quale edizione citi Marziale e Stazio? | Non sei coperto. Vai su Teubner o OCT prima di scrivere. |
| Entrambi | La data: 24 agosto o autunno? | Dione (66.21.1) colloca l'evento alla fine dell'estate; i manoscritti pliniani divergono; l'iscrizione a carboncino del 2018 ha riaperto il dibattito. Dichiaralo controverso, non risolverlo. |
Verificata il 24/08/2026 su fonte primaria o pagina dell'editore; la sezione su Ercolano il 30/08/2026.
Due correzioni, un chiarimento, due questioni che restano aperte con l'indicazione di dove chiuderle.
| Verifica | Esito | Che cosa cambia |
|---|---|---|
| Numero CIL del graffito domus pertusa | Correzione | Il graffito era in greco; domus pertusa è la resa latina di Fiorelli. Nessun numero CIL trovato. Da cercare sul CIL IV a stampa: l'Ancient Graffiti Project non copre la Regio VII. |
| Depositi del 472 e del 1631 su Pompei | Correzione | Causa ritirata. Nessuna fonte scientifica documenta apporti di quelle eruzioni sul sito urbano. In compenso è emersa una lacuna nella letteratura, ora §08. |
| Edizioni critiche di Marziale e Stazio | Risolto | Lindsay (OCT) e Shackleton Bailey (Loeb 94, 1993) per Marziale; Courtney (OCT, 1990) per le Silvae. Dati verificati sulle pagine degli editori. |
| Autori dell'articolo E-Journal 2026.09 | Aperto | «Giuseppe Barbella» è il campo meta-author del CMS, non una firma. Archaeoreporter dà cinque nomi; nessun'altra testata conferma. Chiudi tu aprendo il PDF. |
| Tracciato del canale di Fontana | Aperto | Nessuno studio scientifico trovato sul percorso sotto la città né sugli affreschi che avrebbe intercettato. L'unica trattazione estesa è autopubblicata e legata a una tesi di ridatazione: non citarla. |
Elenco esplicito, perché è la parte che ti protegge. Aggiornato alla v3.